Siete in casa, siete soli, fuori è buio pesto. Siete accoccolati davanti alla TV dopo una giornata infernale al lavoro. Riuscite anche a liberarvi della famiglia. Così avete una serata solo per voi. State guardando la vostra serie TV del cuore, avvolti nella coperta di lana, abbracciando il vostro cuscino preferito e sgranocchiando semi di zucca salati, quando improvvisamente un blackout.
Nulla di drammatico, succede. Vi state alzando per andare a riattaccare la corrente quando sentite un rumore. Dalla cucina. Siamo sicuri di aver chiuso bene bene porte e finestre?

Ora, se questo fosse un film sappiamo già cosa sta per succedere: l’assassino/mostro/maniaco ci sta aspettando in cucina con il coltellaccio/la balestra/la chiave inglese e sarà tutto un corri/strilla/spargi sangue ovunque/getta oggetti a caso. Poi in genere morte morta, e ciao.
Eppure mentre leggevate le prime righe un pochino vi siete immedesimati: magari ve la siete anche vista la coperta di lana (verde a righe o rossa a scacchi?). Avete sentito anche il salato dei semi di zucca e il loro scricchiolio sotto ai denti.

Questo è il potere delle storie.

Le raccontiamo da sempre e abbiamo inventato mille modi diversi per farlo, ne siamo immersi e non possiamo smettere di nutrircene. Qui sorge spontanea la domanda, che per noi che lavoriamo con le storie è La Domanda con la D maiuscola:

Perché raccontiamo storie?

perché raccontiamo storieUna risposta prova a darcela Jonathan Gottschall che ha scritto L’istinto di narrare, un libro che parla appunto del perché e del come raccontiamo storie.
Gottschall cerca di mettere un po’ di ordine tra esperimenti, teorie e pratiche e arriva alla conclusione che il motivo per cui raccontiamo e amiamo raccontare storie è che

“La finzione […] è un’antica e potente tecnologia di realtà virtuale che simula i grandi dilemmi della vita umana.”

L’autore paragona la finzione narrativa ai simulatori di volo che permettono ai piloti di allenarsi e di migliorare le loro prestazioni senza rimetterci le piume. Le storie ci permettono di fare lo stesso.
Immagino già la vostra obiezione: sì ma leggere o guardare un film non è mica come viverle davvero!

Gli scienziati si sono messi a studiare cosa succede nel cervello di chi ascolta, legge, guarda una storia e, sorpresa, il nostro cervello si attiva come se quello che sta succedendo al protagonista stesse succedendo a noi.

“La nostra mente si attiva e determina nuove connessioni neurali, preparando le vie nervose che regolano le nostre risposte alle esperienza di vita reale.”

In pratica, ascoltiamo storie e ci alleniamo per la vita vera. Addirittura secondo alcuni studi chi si nutre di fiction risulta anche migliore nelle competenze sociali. Quindi “topo di biblioteca” un corno.
Gottschall sostiene che è per questo che siamo così attratti dalle storie: perché le storie ci servono, perché la vita e le persone sono spaventosamente complesse e le storie ci permettono di fare pratica godendo di tutti i vantaggi e limitando i rischi.

Ed è per questo che se salta la luce e sentite un rumore in casa, no, non dovete andare girare per la casa al buio strillando ‘C’è nessuno?’
SCAPPATE, SANTO CIELO.

Questa è una delle risposte che si è provato a dare alla Domanda con la D maiuscola, ma la partita è ancora aperta. Tuttavia mi piacerebbe sapere: perché raccontate e ascoltate storie?