Qualche settimana fa siamo andati alla libreria Pantaleon a sentire la presentazione di La vera Justine. Stephen Amidon, l’autore, ha detto una cosa molto interessante benché apparentemente scontata. Il libro parla di un uomo che si innamora di questa Justine che è una bugiarda seriale. Stephen Amidon spiega che quando iniziamo una relazione presentiamo una versione falsa di noi, per renderci più amabili: “Nessuno direbbe, to’, questi sono i miei difetti, le mie cattive abitudini, le mie storie fallite.” Insomma alla fine noi ci innamoriamo di una storia che ci racconta quella persona.
Ed è vero, perché ci piace pensare di aver trovato la persona perfetta.
Tuttavia la vita è fatta anche di ostacoli, di occasioni mancate e di “fallimenti“, (anche se sul concetto di fallimento bisognerebbe aprire un discorso a parte). Secondo me raccontarli può essere utile a chi li racconta e a chi ascolta.

Vi faccio un esempio.

Il 26 ottobre del 2008 Andrea è venuto a prendermi a casa (allora non abitavo ancora a Torino) e siamo andati a vedere WALL·E e a mangiare una pizza. Era di fatto il nostro primo appuntamento anche se l’idea di partenza non era quella. Io uscivo da una storia di qualche anno e non me la sentivo di cominciarne un’altra.
Insomma siamo davanti alla nostra pizza, con un commoventissimo WALL·E alle spalle, e Andrea si mette a raccontarmi la sua triste storia con la sua ex.
Ora, qualsiasi persona di buon senso direbbe che no, è meglio di no, ricordare le ex non è romantico o utile o sensato.
E invece ha funzionato. Ha funzionato perché intanto Andrea è molto bravo a raccontare senza giudicare i suoi personaggi, in questo caso se stesso e la ex. Poi perché ha raccontato soprattutto i fatti, senza sbrodolarsi in se e ma. Insomma questa storia me l’ha raccontata bene, in modo credibile, e ha fatto in modo che io potessi farmi un’idea di che tipo di persona mi trovassi davanti.
Sicuramente c’erano stati errori da una parte e dall’altra, sicuramente quella storia finita era una sconfitta e aveva generato tanta, tantissima sofferenza. Però il protagonista della storia aveva dimostrato di essere tenace, sensibile, capace di ascoltare, appassionato senza prevaricare mai i desideri dell’altra persona. E ha avuto successo.

Quindi è vero: quando vogliamo conquistare una persona magari partire elencando tutte le cose in cui non siamo bravi, i nostri difetti, i nostri drammi non è proprio la strategia migliore. Nessuno vuole stare con una persona sgradevole o che passa il tempo a sminuirsi e a lamentarsi.
Però è inutile nascondersi dietro a un identità che non esiste. Anche le nostre ombre se ben raccontate possono creare empatia, e sì, anche simpatia.
Perché diciamocelo, quei personaggi superperfetti, che riescono in tutto, hanno i denti bianchissimi e sorridono sempre, a cui va sempre tutto benissimo ci annoiano, perché non hanno niente da raccontare e perché ci danno l’impressione di essere degli alieni (avete presente Holly Hutton, il protagonista di Holly e Benji? Ecco, lui).
Aggiungiamo poi che nei momenti di difficoltà vediamo anche come sono davvero le persone. Difficilmente mi avrebbe conquistato se avesse detto che “vabbè, ’sta stronza, il mare è pieno di pesci”. (Ah, quindi lei è sostituibile. Io sono sostituibile. E se ti lascio non ti fai problemi a darmi della stronza, o magari peggio.)

E quindi sì, se siete bravi, molto bravi, potete conquistare le persone raccontando anche i vostri difetti, anche le cose in cui non siete riusciti. E aiuta anche voi a vederli in una prospettiva diversa.
A elaborarli, prenderne le distanze e ad andare oltre.

Raccontare fallimenti