Fotografia e narrativa si somigliano: sì, ma come?

Ebbene sì, ho finalmente cominciato il tanto agognato corso di fotografia.
Dico agognato perché è più di un anno che tento di iscrivermi e tutte le volte succedeva qualcosa che mi obbligava a rimandare. Mai ricevute tante proposte di colloquio come quando provavo a iscrivermi al corso di fotografia (se state cercando lavoro provate anche voi).

Comunque il 1° febbraio ho finalmente cominciato: nella prima e nella seconda lezione Alessandro, il nostro insegnante, ci ha insegnato cose piuttosto tecniche (come funziona la fotocamera, tempi, diaframmi e profondità di campo, obiettivi, ecc.).
Nella terza invece siamo entrati nel merito delle fotografie, di come si sceglie uno scatto, inquadrature, luci, ecc.
E qui salta fuori che fotografia e narrativa di cose in comune ne hanno proprio tante. Partiamo dal commento che qualcuno mi ha fatto su Facebook: certo che hanno cose in comune, sono sempre due modi di narrare!
Sì, ma detto così non significa niente. Anche un’arancia e la Luna sono sferiche ma cos’hanno in comune? A parte la forma intendo.

Entriamo nel dettaglio:

Decidere cosa raccontare o fotografare

La maggior parte dei manoscritti ha un grosso, grossissimo problema: non si capisce cosa vogliono raccontarti, cioè qual è il tema centrale del discorso: così finisce che la narrazione sbanda raccontando cose un po’ a caso, che piacciono tanto all’autore ma che alla fin fine ti fanno chiedere “Sì, ma il punto qui qual è? Cosa mi stai raccontando?”
Per la fotografia è un po’ uguale. Alessandro ci ha fatto questo esempio: voglio ritrarre questo studente in prima fila. Ma in prima fila ci sono anche altre due persone. Per dare risalto allo studente prescelto posso ad esempio decidere di giocare sulla profondità di campo e sulla prospettiva. Il mio soggetto sarà ben definito, mentre gli altri due saranno meno a fuoco.

Raccontare tutto significa non raccontare niente: i particolari fanno la differenza

Caso vuole che mentre l’insegnante di fotografia spiegava a noi questo concetto, Andrea lo stesse spiegando ai suo studenti al corso di scrittura creativa. Coincidenze? Io non credo.

Non serve raccontare tutto, anzi, è deleterio raccontare tutto perché appiattisce. A volte basta un dettaglio, e la narrazione vive di dettagli, per suggerire un intero mondo.
Ed è questo che dovrebbe fare un buon racconto: raccontare una storia lasciando al lettore la possibilità di immaginare il resto.
C’è quel famosissimo esempio di Ernest Hemingway, del racconto in sei parole: “Vendesi scarpe da bambino, mai usate”. Chi le ha vendute? Cos’è successo al bambino? Non lo sappiamo, eppure queste sei parole funzionano.
E giocare sui dettagli può essere molto divertente e creare prospettive molto diverse.

Elliott Erwitt USA. New York City. 1946.

Il punto di vista

Il punto di vista dipende da chi racconta la storia o da dove piazzi l’obiettivo. Da ogni punto di vista diverso nasce una storia diversa (Chi ha visto “The Affair” sa bene di cosa parlo).
E visto che su Facebook imperversano i piccioni… Dài, siamo tutti un po’ piccioni.

Il momento esatto in cui… cogli qualcosa da raccontare

Questa è una delle cose che mi è piaciuta di più: fotografare è spesso cogliere un momento in cui succede qualcosa, catturare un momento. Nella narrativa è lo stesso: succede qualcosa, c’è un conflitto (interiore, esteriore), quindi c’è una storia. Bisogna saperla cogliere, fermare e poi raccontare con i mezzi a disposizione.
Si tratta di stare in attesa, con le orecchie tese e gli occhi spalancati, come un cacciatore in attesa della preda.

Certe biciclette non passano certo due volte.

Henri Cartier-Bresson FRANCE. The Var department. Hyères. 1932

P.S. Tutti gli errori in questo articolo sono imputabili a me che in millemila anni di scuola non ho ancora imparato a prendere appunti e a nessun altro.

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