Il mio Salone Internazionale del Libro: cosa va e cosa non va

Da 10 anni a questa parte sono orgogliosa di partecipare al Salone del Libro con Las Vegas edizioni e quindi ho il grande privilegio di vivere questo evento da dietro lo stand. È un privilegio perché è un’occasione per confrontarsi direttamente con i lettori, anche senza che loro lo sappiano: dove cade il loro occhio? Cosa toccano? Come toccano i libri? Cosa dicono quando pensano di non essere ascoltati?

Questo post tuttavia si vuole concentrare su un altro aspetto di questo evento: cioè la comunicazione e “l’usabilità” del Salone. Perché i contenuti sono fondamentali, e questo Salone l’ha ampiamente dimostrato, ma conta anche come il visitatore vive l’evento, come ne parla e come gli viene raccontato.

Intanto il Salone è enorme e dispersivo per chi non c’è mai stato, ma gli strumenti per orientarsi sono ottimi per chi si prende un attimo per consultarli.

  1. La cartina: viene distribuita all’ingresso insieme al programma e permette di trovare stand e sale. Gli stand sono segnalati tramite un sistema di lettere e numeri, tipo battaglia navale. Sale, zone di ristorazione e bagni sono segnalate con colori differenti. Inoltre ogni padiglione ha nei corridoi centrali dei totem con mappa e elenco espositori. Insomma a meno che non siate analfabeti e non sappiate leggere una mappa dovreste trovare tutto quello che vi serve.
  2. Il programma (cartaceo e online): ci sono diverse centinaia di eventi al Salone del Libro. Quindi è assolutamente fondamentale fornire ai lettori tutte le informazioni possibili in maniera semplice da consultare. Così è stato: tra programma online, fornito grazie al cielo di barra di ricerca, app e programma cartaceo si poteva tranquillamente organizzare il proprio calendario al Salone senza troppi intoppi.
    Oltretutto fuori da ogni sala c’era esposto il programma del giorno. Tanto per non sbagliarsi.
  3. L’app: ode alla app. Ci si poteva segnare gli stand, scoprire dov’erano, leggere le descrizioni (laddove non c’erano è perché gli editori non le hanno fornite). Si può costruire il proprio calendario di eventi e ricevere una notifica quando inizia l’incontro. Ho trovato molto scomoda la mappa che dava diversi problemi di visualizzazione.
  4. Punti informativi: ce n’erano parecchi (anche se la gente si ostinava ad ignorarli e a venire a chiedere a noi degli stand dov’era il bagno). Ce n’era uno ad ogni ingresso di padiglione. Magari ne spargerei qualcuno di più anche all’interno del Salone.
  5. Comunicazione (prima e dopo): intanto complimenti perché per la prima volta abbiamo vista un reale strategia sui social media. Negli anni precedenti non c’è mai stata o è stata decisamente mediocre.
  6. La conferenze sono state trasmesse in streaming: già da  lì si vedeva la differenza di tono rispetto alle edizioni precedenti. Lagioia è stato bravo a creare emozione e a trasmettere attesa. Si vedeva che ci teneva e l’ha dimostrato anche tramite il suo profilo di Facebook con cui ci ha tenuti aggiornati sui cosa succedeva dietro le quinte.
    Molto bravi anche ad usare un linguaggio pop fatto di gif e figurine dei calciatori.
    Bravi anche a mettere a disposizione degli editori un social media kit: dentro c’era una copertina per eventi di Facebook, in formati modificabili, e la splendida illustrazione che ha segnato la comunicazione del questo Salone.
    Colpo di genio: il layout per fare le figurine dei propri autori nello stesso stile usato da chi si occupava della comunicazione del Salone.
  7. Io coinvolgerei ancora di più editori, blogger, giornalisti e visitatori, ad esempio sfruttando i frame di Facebook, o pensando a qualche piccola tattica per fare in modo che l’hype sia altissimo già da prima. Qualcosa che dice “Hey, guarda che figo, io vado al Salone!”

 

Cose da migliorare

Io una cosa la vorrei dire: non è che solo perché siamo lettori allora meritiamo di essere bullizzati. Capisco che leggere è una roba di sfigati ma tentare di ammazzarci mi sembra eccessivo.

  1. Questo per dire che i 35 C° costanti all’interno del Salone erano abbastanza insopportabili. Va bene che a maggio non ha mai fatto così caldo, soprattutto tenuto conto che siamo a Torino, ma… insomma una finestra aperta, un ventilatore comprato dai cinesi, un paio di schiavetti con il ventaglio.
  2. Bagni: io capisco che le code ai bagni siano sintomo di successo di un evento, però anche lì, code chilometriche al bagno delle signore. Eppure c’erano alcuni bagni che non avevano quasi coda perché più imboscati. Anche qui facciamo qualcosa. E soprattutto teniamoli puliti, ‘sti bagni.
  3. Posti per sedersi: altro tasto dolente. Dopo sedici milioni di passi per trottare da uno stand all’altro uno spazietto per sedersi  cosa gradita. Soprattutto per chi è pieno di borse, per chi ha bambini, o per chi semplicemente non pensava di andare a fare la maratona di New York.
  4. Code: sì, ho capito, le code a Torino c’erano e Milano ciapalì. Però gli italiani in coda sclerano. Non capiscono proprio che è normale che con millemila persone si possa anche dover fare un po’ di coda. Tuttavia in molti si sono lamentati di aver fatto parecchia coda per andare a vedere un evento per poi essere rimasti fuori. Serve secondo me un sistema di prenotazione. Oppure un modo per segnalare che mancano tot posti e che tu che sei in fondo alla coda non entrerai MAI, rassegnati.
  5. Rumore rumore (nanananana na na): altro grosso problema del Salone è il rumore. L’acustica non è un granché e il rumore ce lo si tiene: però. Però ci sono diverse sale in cui era molto difficile sentire. Tipo la sala Prospettive Digitali nel padiglione 1 in cui sono andata a sentire un incontro su Brand e Selfpublishing. La sala era aperta, e nonostante i microfoni non riuscivo a sentire cosa dicevano i relatori. Sarebbe bello che questi spazi fossero maggiormente isolati dal rumore esterno.

Per il resto vi lascio con le parole di Giuseppe Culicchia:

(…) Poi, assalito da un’ondata di fracasso esterno, il vicepresidente di Mondadori – ovvero gli alfieri di Tempo di Libri – non riesce a negarsi una battuta: «Vedo che a Torino c’è sempre il problema del rumore», segnala ironicamente. Il suo presentatore, Giuseppe Culicchia, proprio non si trattiene: «Vero. A Milano c’era un silenzio meraviglioso».

1 pensiero su “Il mio Salone Internazionale del Libro: cosa va e cosa non va

Rispondi