Guardami di Jennifer Egan ha raccontano i social network prima dei social network

Quest’estate mi sono riletta Guardami di Jennifer Egan, forse la mia scrittrice preferita. Mi piace come scrive (una scrittura netta, furiosa, vivida), mi piacciono le sue storie, amo i suoi personaggi, sempre straordinari e mai macchiette.
Ma questo post non è per farvi sentire in colpa di non aver ancora letto Jennifer Egan (Ora vi sentite un po’ in colpa? No? Male!).
Quello che mi aveva colpito la prima volta (e anche la seconda) è il progetto in cui viene coinvolta Charlotte, la protagonista del libro, un’ex modella che ha subito un terribile incidente che l’ha sfigurata. Se tenete conto che il libro è stato pubblicato nel 2001 e l’autrice l’ha cominciato qualche anno prima, fa veramente impressione per quanto è visionario (e tralascio il tema del terrorismo: l’11 settembre non c’era ancora stato).
Si tratta in pratica di una piattaforma in cui persone comuni da tutto il mondo, diverse per sesso, estrazione sociale, condizioni di vita, abitudini, ecc., raccontano la loro vita. Nel loro profilo sono presenti sezioni dedicate ai sogni, ai ricordi, alle aspirazioni, alle foto, ai video. Il tutto è raccontato in prima persona. Vi ricorda qualcosa?

Thomas, il promotore del progetto, dà due osservazioni interessanti. Perché la gente dovrebbe dare in pasto la sua vita a una piattaforma del genere?
Per «l’effetto che farà a Tizio sapere che ha un pubblico, che alla gente importa di lui, che suscita interesse».
E perché il pubblico dovrebbe interessarsi a “Gente Comune”?
Perché «La maggior parte di noi va disperatamente in cerca di esperienze autentiche».
Che è esattamente il senso dei social network come Facebook: dimostrazione ne è che più un post, una foto, un video parla di cose che ci sono vicine, che ci riguardano, che ci raccontano in maniera autentica, più riceve reazioni.
Certo il progetto raccontato in Guardami è profondamente differente rispetto a qualsiasi social network già solo per il fatto che queste esperienze sono mediate da professionisti (per raccontare la vita di Charlotte viene ingaggiata una (finta) giornalista che scriverà al posto suo, anche se in prima persona). Su Facebook invece siamo noi a raccontarci con i mezzi linguistici, narrativi e tecnologici che abbiamo.
Aggiungiamo che nella piattaforma raccontata nel libro non viene data grande importanza all’interazione tra utenti: insomma niente ‘Mi piace’, niente condivisioni.

Tuttavia colpisce come la narrativa, come l’immaginazione di chi scrive storie, spesso tenda a vedere più in là, a prevedere e forse anche a predisporci e ad ispirarci al cambiamento che verrà.

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