Un po’ di tempo fa mi sono imbattuta in questo meraviglioso TED di Amy Cuddy.

Amy Cuddy è professoressa ad Harvard dove studia “come il linguaggio del corpo influisce su come ci sentiamo e su come ci comportiamo con gli altri”.
Nel suo libro Il potere emotivo dei gesti espande il discorso del TED e spiega come col linguaggio del corpo possiamo “fingere fino a diventarlo”. Se assumiamo determinate posizioni diventiamo più potenti e quindi più presenti, dove per presenti si intende meno ansiosi, più connessi con noi stessi e col momento che stiamo vivendo.

Se siamo più presenti riusciamo a tirare fuori tutto quello che sappiamo, lo facciamo al meglio, senza farci tagliare le gambe dall’ansia e dalla paura. Insomma possiamo vivere la nostra vita pienamente.

Alla fine del libro Amy Cuddy dedica un capitolo ai “self-nudge”. Che se avete fatto una lista di propositi per il 2018 dovete conoscere.
Il concetto di nudge è stato tirato fuori da un gruppo di economisti e psicologi che affermano (e dimostrano) che per spingere le persone ad adottare comportamenti più salutari non bisogna indurli a cambiare in maniera drastica la loro vita, ma usare delle piccole spinte, appunto “nudge”.
Amy Cuddy che si occupa di cambiamento personale ci spiega come usare queste piccole spinte per realizzare i nostri buoni propositi senza scoraggiarci.
Intanto ci spiega perché i buoni propositi di inizio anno vengono per la maggior parte disattesi:

Sono troppo ambiziosi e difficili da realizzare.

A una verrebbe da pensare che grandi obiettivi = grandi risultati. E invece no, perché “presuppongono che abbiano avuto successo centinaia di modifiche più modeste, e non sono accompagnati di istruzioni che ci mostrino come procedere grado per grado.”
Quindi forse bisogna concentrarsi sulle modifiche modeste, prima che sul grande risultato.

I risultati sono troppo distanti.

Entro fine anno perdo 10 chili.
Quest’anno leggo 100 libri.
Vado a correre tutte le mattine e mi preparo per la maratona.
Tutti obiettivi ambiziosi ma distanti e intangibili. Il fatto che siano poco concreti, che non riusciamo a visualizzarli ci rende più facile mollare alle prime difficoltà. E questo minerà la nostra fiducia in noi stessi dandoci sempre più motivi per mollare.

Sono orientati al risultato e non al processo.

I buoni propositi “troppo spesso incombono su di noi come minacce, non ci fanno sentire incoraggiati.” Concentrarci sul processo ci permette di procedere a piccoli passi, ma soprattutto di goderci le piccole conquiste. Inoltre ci permette di vedere gli errori non come fallimenti epici, che mettono fine al nostro progetto, ma come occasioni per migliorare e soprattutto riprovare.

Pongono l’accento sul negativo anziché sugli aspetti positivi, validi e costruttivi.

Ad inizio anno ci si propone di fare più sport (pigro!), mangiare meno (grasso!), usare meno Facebook (drogato!).
Diciamo la verità: quello che non sappiamo fare, i risultati che non abbiamo raggiunto magari ci ossessionano ma ce li dimenticheremmo con gioia, potendo. La motivazione è fondamentale per raggiungere un obiettivo e quindi meglio concentrarsi su quello che possiamo fare invece che su quello che non dovremmo fare.

Spesso si basano su motivazioni estrinseche.

Spesso quello che non dovremmo fare o migliorare di noi si basa su motivazioni estrinseche.
Devo dimagrire perché se no sono brutta / smetto di fumare perché è me lo dicono gli altri / lavoro di più perché guadagno di più: sono tutti propositi la cui motivazione non è davvero legata a quello che ci piace fare.
L’autrice ci dice quindi di adoperare piccoli aggiustamenti: innanzitutto i piccoli aggiustamenti mettono l’accento sul processo e non sul risultato. Il che è molto più gratificante (oggi ho fatto mezz’ora di passeggiata / oggi ho fumato cinque sigarette invece che dieci / oggi ho dedicato 20 minuti alla lettura).

L’autrice racconta come ha applicato i self-nudge a se stessa.
Ogni anno si riprometteva di diventare una runner. Le prime fasi erano faticose e l’obiettivo distante: non voleva “diventare una runner” ma esserlo già.
Risultato? Nel giro di poche settimane il suo proposito era già stato abbandonato. Le motivazioni erano poche, fragili e distanti.
Così l’autrice ha usato un approccio diverso: avrebbe corso una volta sola e se le fosse piaciuto, l’avrebbe rifatto. A suo ritmo, con i suoi tempi, senza spaccarsi le gambe (vi suona familiare eh!)
Però ha fatto di più: siccome viaggia molto per lavoro, Amy Cuddy ha messo insieme le due cose. I viaggi di lavoro non le permettevano di vedere molto dei posti che visitava, così correre diventava un espediente per cogliere l’attimo.
Risultato? Ha continuato a correre.
Diventerà un’atleta olimpica? Certo che no, ma ha mantenuto il suo buon proposito, e questo è una cosa di cui andar fieri.

Quali sono “le piccole spinte” che intendi darti per diventare la persona che vuoi?