Un giorno eravamo in spiaggia con degli amici ed è saltata fuori la domanda “Come vi siete conosciuti?”. A turno abbiamo raccontato le nostre storie. Arrivato il turno di Irene, lei ha detto: “Ma io non ho una storia da raccontare”.
Sapevo che non era vero (e infatti poi ci ha raccontato una storia molto divertente e tenera), ma mi ha colpito il fatto che Irene avesse la sensazione, quantomeno in prima battuta, di non avere una storia da raccontare.

Ho scoperto che è una percezione molto diffusa: spesso i miei clienti fanno una fatica immane a raccontare quello che fanno, a identificare quali sono le cose veramente importanti da dire e a trasformarle in una storia.

Le cose che mi ritrovo spesso a spiegare sono queste:

Le storie possono raccontare cose piccole

Da un lato ci sono quelli che “della mia vita si potrebbe fare un romanzo” (anche no, grazie). Dall’altro ci sono quelli che se non hai scoperto la cura per il cancro, scalato sei volte l’Everest all’ottavo mese di gravidanza, salvato una colonia di lemming, fatto la ceretta a un Balrog, allora niente, non vale la pena di spendere parole.
E invece no, una storia può raccontare anche una cosa piccola. Tanti tantissimi racconti brevi sono costruiti proprio così (e sono spesso i più belli).

Le storie hanno al centro un conflitto e un cambiamento.

Ne ho già parlato qui, ma ricordiamolo: una storia esiste laddove c’è un conflitto, che non deve essere la terza guerra mondiale. La nostra vita è piena di conflitti, di piccole difficoltà, e le persone sono molto interessate a capire come le affrontiamo.
E le affrontiamo cambiando, trovando nuove strategie e modificando punto di vista.

Le storie hanno un inizio, un proseguimento e una fine

Le storie non sono una serie di fatti infilati uno dietro l’altro. C’è un inizio, un proseguimento e una fine che devono avere una coerenza e un senso. Chiaro che nella vita le cose non sono mai così: siamo noi che abbiamo un cervello cablato per le storie e organizziamo i fatti in modo che diventino “raccontabili”.
Farlo ci aiuta anche a dare un senso agli eventi, soprattutto se dolorosi e traumatici.

Certo, raccontarsela tra amici in spiaggia è un conto, scrivere un romanzo, una sceneggiatura o un programma televisivo è un’altra cosa. Servono strumenti, tecnica, buona conoscenza del mezzo che si sta usando.

Serve pratica

Avere spesso occasione di raccontarsi affina la nostra capacità di costruire la nostra storia. Ricordo di aver sentito, forse in un documentario, che gli americani sono bravi a raccontarsi perché si spostano spesso, a volta di migliaia di chilometri. Ogni volta sono obbligati a ricostruire rapporti e in qualche modo identità. Non solo: ogni volta trovano qualcuno che chiede loro di raccontare da dove vengono e come ci sono arrivati fino a lì. E quel qualcuno li costringe a trovare un filo narrativo nella loro vita. A noi italiani questo capita meno.
E infatti quando ci chiedono la nostra storia tendiamo a raccontare delle cose di noi, ma non stiamo veramente raccontando il nostro percorso.
Questo esperimento  che ho fatto su Facebook è significativo: su 28 persone che si sono prestate a raccontare sinteticamente la loro storia, 26 hanno parlato di chi sono e di cosa gli piace o non piace fare. Ma solo 2 hanno scritto la loro biografia: dove sono nati e cresciuti, cosa hanno fatto e cosa fanno, dove vivono e con chi.

Quindi sì, tutti abbiamo una storia da raccontare, ma bisogna sapere cos’è una storia e come si fa a raccontarla.